I meccanismi di difesa dell'Io
In via preliminare, ci sembra utile individuare i motivi della difesa. Da che cosa si difende l’Io? Una risposta potrebbe essere quella che si riferisce al conflitto o, più esattamente, al conflitto neurotico.
Il Conflitto Psichico
Se facciamo risalire i meccanismi difensivi dell’Io al conflitto neurotico, siamo costretti ad entrare nel campo delle psiconevrosi. Non è che siamo obbligati a fissare l’eziologia dei meccanismi di difesa al conflitto neurotico perché ci sono dei meccanismi difensivi che non sono secondari ad una nevrosi. Quando la pulsione raggiunge lo scopo, anche se si osserva la presenza di un meccanismo difensivo, possiamo dire che il tutto si è svolto nell’ambito della normalità.
Tuttavia, in questo caso, dobbiamo postulare la trasformazione dello scopo originario della pulsione in un altro, più adeguato ai fini del soddisfacimento; e questo per motivi oggettivi o soggettivi.
Ma procediamo con ordine. Freud in “L’Io e l’Es” e in “Nevrosi e psicosi” fa risalire il conflitto neurotico allo scontro fra due impulsi, vale a dire, tra l’Es e l’Io. Fenichel, nel suo “Trattato di psicoanalisi”, esplicitando la formulazione freudiana, spiega che quando si crea un’ arginatura dell’Io, nei confronti della pulsione che vuole trovare uno sbocco, vale a dire, la gratificazione, si crea un conflitto che, a lungo andare, può portare alla nevrosi.
La Ricerca di Omeostasi e la Fantasia
E’ questo un principio biologico, prima ancora che psicologico. E così, già dai primi mesi di vita, il bambino attiva delle difese per proteggersi dal dolore. In senso generale, una prima difesa che il bambino attiva, aiutato in ciò dagli adulti, è quella che si riferisce alla vita. Con ciò vogliamo dire che il bambino, in quanto non ha ancora gli strumenti per padroneggiare e tollerare la realtà, se la inventa, la trasforma e la “nega” con la fantasia.
E’ aiutato in ciò, come dicevamo prima, dagli adulti: le più belle e convincenti fiabe sono state scritte, appunto, dagli adulti. Con le favole si entra in un mondo dove i prati sono più verdi di quelli veri, i fiori hanno colori più variopinti e vividi e, poi, allontanandoci da queste immagini bucoliche, prevale la giustizia, il coraggio, l’ottimismo e, naturalmente, il lieto fine dove tutti “vissero felici e contenti”.
Dal Principio di Piacere al Principio di Realtà
Senza dubbio, queste invenzioni hanno un valore difensivo e, in quanto funzionano, hanno un valore adattivo. In questi casi, non si può parlare di conflitto: il bambino, non solo accetta la favola, ma pretende che sia sempre la stessa, che non venga cambiata neanche una virgola tutte le volte che è raccontata.
Tuttavia, se questo è senz’altro vero per qualche tempo, è altrettanto vero che il bambino, a partire da un certo punto del suo percorso evolutivo, vuole anche la verità. E allora si chiede, e vuole chiarimenti dall’adulto, se la befana viaggia davvero a cavalcioni sulla sua scopa magica, e Babbo Natale porta davvero i doni con la slitta volante trainata da magiche renne che volano di casa in casa a portare i doni ai bambini buoni. E naturalmente, ad un certo punto, si è costretti, da parte dell’adulto, a confessare che si tratta di fantasie, e, da parte del bambino, a prendere atto di questa amara verità.
A partire da questo momento, per difendersi dalla presa di coscienza di verità spiacevoli, i meccanismi difensivi devono esser più plausibili e più sofisticati. Perché questo è il punto. I meccanismi difensivi dell’Io vogliono attenuare la fatica del vivere, sfuggire a sensazioni spiacevoli o francamente dolorose.
A questo punto si pone un problema. I meccanismi difensivi sofisticati e plausibili fanno correre il rischio di falsificare la realtà. E’ esattamente ciò che succede nell’infanzia con le fiabe: solo che qui la falsificazione della realtà rientra nel controllo consapevole dell’adulto il quale gradualmente confessa al bambino che ciò che gli è stato raccontato non è vero. Ma all’adulto chi dice che le falsificazioni della realtà e, soprattutto, le falsificazioni della realtà psichica interna sono fantasie, cioè, non sono vere? Evidentemente, è l’adulto stesso che se lo deve dire, confrontandosi con se stesso, e cioè con le sue illusioni, gli inganni e gli autoinganni.
Come può portare a compimento un’operazione del genere? Sostituendo il principio del piacere con quello di realtà. Il primo principio tende al soddisfacimento del piacere a qualsiasi costo e in forma immediata, il secondo conosce l’attesa e consente il soddisfacimento dei bisogni realistici. Detto in altri termini, il principio del piacere vuole l’uovo subito, quello di realtà preferisce la gallina domani e a patto che ci siano pollai disponibili.
Detto così, le cose sembrano facili. In realtà è talmente difficile non ingannarsi, non difendersi, abbandonando le proprie armature, che in alcuni casi il rimedio (la difesa) è peggiore del male (la verità). E’ il caso dei meccanismi di difesa patogeni che si osservano nelle psiconevrosi.
Ora possiamo passare all’elencazione e descrizione dei meccanismi di difesa. Essi sono: la sublimazione, la negazione, la proiezione, l’introiezione, la rimozione, la formazione reattiva, l’annullamento, l’isolazione, la regressione.
Sublimazione
Abbiamo preferito inserire la “Sublimazione” al primo posto tra i meccanismi difensivi perché questa difesa può essere considerata normale. Le altre, pur potendole osservare in persone normali, più facilmente si trasformano in difese patogene ed è per questo che sono presenti, in varia misura, nelle psiconevrosi.
Nella sublimazione, come in tutti i meccanismi difensivi, la pulsione cambia lo scopo o l’oggetto, come osserva Fenichel nell’opera citata sopra, ma, a differenza delle difese patogene, realizza alla fine la sua scarica.
In effetti il punto è proprio questo. I meccanismi difensivi dell’Io, nel tentativo di sfuggire a stati d’animo penosi, solitamente “negano” o “proiettano” o “rimuovono” l’affetto legato alla pulsione, con la conseguenza che la loro carica, controllata dalla controcarica psichica dell’Io, non riesce a manifestarsi e quindi a consumarsi.
Nella sublimazione, invece, la carica legata alla pulsione, dopo un’adeguata trasformazione dello scopo, si consuma in un’attività socialmente accettata e con significati e contenuti adattivi per il soggetto.
Volendo esplicitare meglio quanto abbiamo detto, se si vuole sublimare una pulsione aggressiva è opportuno, intanto, ritirare l’energia dalla pulsione, successivamente attivare un’operazione psichica che possa consumare l’energia delle cariche aggressive attraverso il nuovo processo psichico. In questo modo, attraverso la sublimazione, si può evitare di esibire un comportamento aggressivo canalizzando, per esempio, l’energia della pulsione in un’intensa attività intellettuale. In questo caso l’Io trova comunque il suo soddisfacimento, non già nella gratificazione diretta, ma nel suo derivato pulsionale.
Perché un’operazione del genere sia possibile, gli impulsi pregenitali, sperimentati nell’infanzia, devono essere trasformati in genitalità. E questo perché, mentre gli impulsi pregenitali sono trattenuti dalle controcariche psichiche dell’Io che creano uno stato di arginatura, quelli genitali trovano una canalizzazione libera che consente o la scarica diretta o quella indiretta, dopo la modificazione dello scopo, attraverso appunto la sublimazione.
Negazione
Con questo meccanismo difensivo, antico in senso filogenentico ed ontogenetico, si cerca di sfuggire a stati d’animo di sofferenza, negando la realtà spiacevole che ha provocato lo stato di disagio.
Quella della negazione è una difesa che si può osservare abbastanza frequentemente nei bambini. Ciò è dovuto al fatto che il bambino, intanto, è regolato dal principio del piacere che non gli consente di tollerare frustrazioni troppo forti e a dilazionarle e, poi, perché la sua capacità di operare un esame di realtà corretto è limitata o, quando è troppo piccolo, assente.
Da quanto detto si capisce facilmente che mano a mano che l’Io del bambino si sviluppa, certe grossolane alterazioni della realtà diventano sempre più difficili, perché sempre meno verosimili.
Messe così le cose, si può dire che la forza della negazione è inversamente proporzionale al grado di maturità e forza dell’Io. Perfino nel bambino si può osservare una negazione “leggera”, nel senso che è presente, sul piano della coscienza, la capacità di distinguere tra fantasia e realtà. Il bambino, attraverso il gioco, può negare la realtà e rifugiarsi nella fantasia, rimanendo, tuttavia, consapevole del fatto che sta giocando e le cose stanno in tutt’altro modo.
Nell’adulto la difficoltà o impossibilità ad accettare quel tipo di realtà spiacevole sottende una scissione dell’Io, che non necessariamente deve avere contenuti psicotici, in quanto limitata e transeunte, ma che rappresenta comunque uno scollamento tra la parte cosciente dell’Io e la dimensione pulsionale inconscia. Questo significa che nel meccanismo della negazione è presente anche quello della rimozione. Il soggetto preferisce non ricordare, vale a dire, censurare le tracce mnestiche che potrebbero consentirgli una corretta analisi della realtà anche se spiacevole, anziché riconoscerla e conseguentemente accettarla.
Un paziente in trattamento psicoanalitico, riferiva al suo analista che essendo uscito dal ristorante insieme agli amici con i quali si era intrattenuto nel corso della serata, discutendo dell’opportunità di concludere la serata in discoteca aveva avuto la netta sensazione che quel discorso era stato già fatto e si era concluso con la decisione di andare tutti a casa. In realtà le cose non finirono così. Si decise, per come si era convenuto, di recarsi in discoteca. L’analisi dimostrò che il paziente, volendo andare a casa, aveva rimosso gli accordi della comitiva prima della cena e negò l’evidenza, cioè la volontà del gruppo di concludere la serata in discoteca. Il fenomeno del dejà vu, ricordato da Fenichel, attraverso l’utilizzazione di ricordi schermo secondo il meccanismo del comando a ricordare, gli aveva dato l’illusione di poter andare a dormire, rimuovendo i veri ricordi, negando l’evidenza.
Proiezione
Marta Olivetti Belardinelli, nel suo bel libro “Identificazione e proiezione”, cita un passo dei “Racconti popolari serbi” di Franjo Tragrancic per introdurre e spiegare il meccanismo difensivo della proiezione:
Come si può vedere, l’artista spesso coglie, intuitivamente, con la sua sensibilità, certe verità importanti. In questo caso è colto e descritto, in modo semplice ed efficace, il meccanismo della proiezione.
Per cogliere i contenuti di questo meccanismo difensivo, bisogna rifarsi alle primissime esperienze del bambino collegate all’atto del mangiare. I cibi appetibili, solitamente, vengono “ingoiati”, quelli disgustosi, al contrario, vengono “sputati”. C’è da dire, però, che la valutazione di appetibilità non sempre dipende dalla bontà del cibo; in alcuni casi, i motivi che portano al rifiuto del cibo, perché non appetibile, sono nascosti e complessi. Il bambino inappetente o l’adulto anoressico rifiutano il cibo non perché disgustoso in sé ma per i significati che l’atto del mangiare assume nel soggetto. E così un bambino che rifiuta il cibo può inconsciamente rifiutare la madre che dà il cibo, l’adulto anoressico può combattere gli impulsi orali cannibalici e quindi ostili che l’atto del mangiare, nei suoi vissuti inconsci, rappresenta.
Il fatto che quando si va al ristorante, solitamente, si mangia di più può dipendere dall’atmosfera ludica che anima i membri della comitiva; un altro motivo può essere rintracciato nel fatto che non si conosce il cuoco. L’anonimato della relazione cuoco-commensali rende improbabile l’attivazione di quei vissuti di ambivalenza che spesso sono alla base dei fenomeni di inappetenza. L’assenza di ostilità può favorire processi psichici di tipo introiettivo che portano a mangiare ben oltre il bisogno fisiologico. E’ come se il soggetto voglia indugiare nel piacevolezza del rapporto con il fantasma materno antico.
Questa interpretazione può spiegare la dinamica di fondo del meccanismo della proiezione. Alcuni soggetti tendono a "sputare" contenuti psichici personali. Tuttavia, l’atto del portare fuori un contenuto psichico spiacevole non può essere sufficiente. Allora, se il contenuto è un sentimento di forte ostilità inaccettabile alla coscienza, il soggetto non solo lo "sputa", ma lo attribuisce ad un’altra persona attraverso i meccanismo, appunto, della proiezione.
Introiezione
L’introiezione, prima ancora di essere una difesa, è un meccanismo psichico che si può osservare nei primissimi mesi di vita del bambino. Nel primario rapporto madre-figlio si radicano vissuti che spesso perdurano per tutta la vita. Per esempio, la radice dell’ottimismo o del pessimismo risiede nell’esperienze emotivo-affettive fatte dal bambino nel suo primo anno di vita. All’inizio della sua vita, il bambino vive una forte dipendenza dalla madre (simbiosi). Nella prima fase, il bambino considera il seno della madre come una propaggine del proprio corpo; la presenza della madre che dà il latte è assimilata alla vita, la sua assenza alla morte.
All’inizio, l’introiezione non è una difesa contro gli istinti, al contrario è la gratificazione immediata e completa dell’istinto. Tutto questo è positivo. Senza introiezioni e successive identificazioni, il bambino è destinato ad abortire il processo evolutivo. Ma, come osserva Fenichel (1951), l’incorporazione distrugge concretamente gli oggetti in quanto tali. Il bambino ad un certo punto si rende conto di questo fatto e ne approfitta, utilizzando l’introiezione con propositi ostili.
L’uso dell’introiezione come meccanismo di difesa offre un esempio di come meccanismi primitivi ed automatici vengano domati ed usati dall’Io per i suoi propositi.
Rimozione
La rimozione fu il meccanismo di difesa più studiato da Freud, essendo quello principale della nevrosi isterica. Nel trattamento dell’isteria, Freud si accorse che le pazienti non ricordavano gli eventi patogeni e le emozioni connesse. Scoprì che riportare alla coscienza gli eventi aiutava a liberarsi dal sintomo, ma la paziente tendeva a riammalarsi sostituendo il sintomo.
Comprese che non bastava riportare in superficie i ricordi; occorreva che la paziente integrasse emozionalmente nella coscienza il ricordo disturbante. E qui si accorse quanto fosse difficile superare le resistenze. L’isterica voleva guarire, ma al contempo voleva tenersi la sua nevrosi (la "belle indifference").
Si pensi ad Anna O., la paziente di Breuer: soffriva di parafasia, strabismo, paralisi contratturali. Questi disturbi sottendevano dinamiche coinvolgenti che erano considerate dalla paziente più pericolose dei sintomi stessi. Di qui le strenue resistenze. Se il materiale patogeno rimane inconscio, tuttavia continua ad esistere. Di qui la formazione di derivati pulsionali e una diffusa stanchezza dovuta all’attivazione di controcariche psichiche dell’Io.
Il senso di questo conflitto sta nel fatto che entrambi i punti di vista, quello razionale e quello istintivo, hanno una loro validità. Non si può dar torto alla pulsione che tende alla gratificazione, ma ha ragione l’Io a controllare una pulsione che non ha diritto di cittadinanza in un’organizzazione adulta.
Formazione reattiva
(Freud, 1910)
Normalmente la difesa dell’Io si rivolge ad una pulsione specifica. Alcuni soggetti hanno un vissuto generalizzato di paura e non accettazione delle richieste istintive. L’organizzazione psichica tende a una impostazione definitiva e rigida che impedisce la scarica pulsionale. Le formazioni reattive mutano la personalità in modo definitivo "una volta per tutte".
La pulizia o il senso dell’ordine del nevrotico coatto forniscono esempi; egli combatte contro le sue richieste istintive di sporcizia e di disordine. La rigidità di tale pulizia tradisce la qualità di reazione. Una madre apprensiva che controlla il figlio esageratamente può tradire il bisogno di controllare la sua ostilità.
La rigidità del comportamento qualifica e tradisce la formazione reattiva. Il comportamento normale è soprattutto plastico. I livelli adattivi di una persona si misurano nella sua capacità di trasformare l’ambiente esterno o modificare il proprio operare. Nella formazione reattiva si osserva un comportamento sempre uguale a se stesso che non tiene conto della realtà esterna.
Annullamento
Nelle nevrosi ossessive è frequente questo meccanismo. Con l’annullamento si cerca di soddisfare contemporaneamente due bisogni: quello istintivo rimosso e quello della difesa. Un soggetto che controlla più volte se ha chiuso il gas vive una dinamica ambivalente. La chiusura del rubinetto “annulla” la richiesta distruttiva istintiva.
Il soggetto si alza cento volte dal letto perché ripetutamente si ripropone l’impulso distruttivo. Quando l’annullamento viene considerato efficace, il soggetto riesce ad addormentarsi. Fenichel riferisce il caso di un paziente obbligato a pregare ossessivamente che poi si batteva la bocca: era un annullamento del sintomo reprimente, come se dicesse “mi ricaccio in bocca le parole della preghiera”.
L’annullamento può essere ricondotto al pensiero magico del bambino (onnipotenza del pensiero). Il nevrotico ossessivo crede che ciò che pensa si possa realizzare. In analisi, questi pazienti sono lucidi e brillanti ma non riescono a vivere la dinamica pulsionale, limitandosi a riproporla in astratto.
Isolazione
In questo caso è presente il collegamento ideativo con l’evento patogeno, ma manca il coinvolgimento emotivo-affettivo. Il paziente non ha il problema di ricordare, ma gli manca la traccia emotiva che porta alla dinamica pulsionale. La difficoltà con questo tipo di paziente è di fargli "sentire" l’analisi.
Si ha l’impressione che in seduta gli analisti siano due e che il paziente analizzi un "terzo paziente fantasma". L’isolamento fa sì che il soggetto parli di impulsi sessuali o omicidi senza imbarazzo, sentendoli come puri pensieri isolati dalla motilità. Questi pazienti sono inautentici e schematici, incapaci di comprendere situazioni semplici a causa della mancanza di contatto con la parte più intima di sé.
Regressione
Freud collegava la regressione alla fissazione (attaccamento a una fase evolutiva sicura). Ha paragonato lo sviluppo a un esercito in marcia che lascia dei presidi: se l'esercito incontra difficoltà, si ritira sulle postazioni arretrate dove può riorganizzarsi.
Nella regressione l'Io torna su posizioni arretrate considerate più gratificanti. Dipende dalla forza dell'Io e dalle difficoltà incontrate. È trasparente nei bambini (es. perdita del linguaggio o del controllo sfinterico in seguito a stress). Anche negli adulti si osservano leggere regressioni, sia pure per motivi banali.
Nelle psiconevrosi si può regredire da un’organizzazione genitale a una pregenitale. Il soggetto cerca desideri rimossi di quel periodo. In alcuni casi si volge al narcisismo primario (blocco dell'Io).
- Laura Cappilli